Giovedì della Settima Settimana del Tempo Pasquale [Italiano]
| San Paolo in prigione (1627) di Rembrandt |
L'intimità che attraversa i secoli e spezza le nostre solitudini
Letture della messa: At 22, 30; 23, 6-11; Salmo 15/16; Gv 17, 20-26
Proseguiamo il nostro cammino in questa settima settimana del tempo pasquale, questo tempo privilegiato in cui la Chiesa trattiene il respiro tra la gioia dell'Ascensione e l'attesa del Fuoco di Pentecoste. La liturgia di domenica scorsa ci ha fatto entrare nel segreto più intimo di Gesù ascoltando l'inizio della sua preghiera sacerdotale. L'ultimo discorso di Gesù all'ultima cena e questa preghiera ci guariscono dalla nostra più grande angoscia umana rivelandoci che non siamo più orfani, ma che ormai apparteniamo alla famiglia del Padre, e que la nostra vita è un dono prezioso custodito nelle sue mani. Oggi, la liturgia dispiega questa dinamica con un'intensità straordinaria, mostrandoci che questa preghiera di Cristo non è un evento del passato, congelato nelle pagine della storia, ma una realtà operante che attraversa i secoli per venire ad adattarsi precisamente ai nostri combattimenti ordinari, alle nostre solitudini e alle nostre notti.
Primo Ponto: La presenza al cuore del frastuono
La prima lettura ci immerge in un clima di tensione estrema; infatti, San Paolo si trova a Gerusalemme, trascinato davanti al Sommo Consiglio. Di fronte a un'assemblea profondamente divisa tra sadducei e farisei, egli usa una sana intelligenza spirituale spostando il dibattito sul terreno della speranza e della risurrezione dei morti, tema molto delicato che provoca la divisione tra questi due gruppi. In quel momento, il testo ci dice che scoppiò un grande frastuono, e lo scontro divenne così violento che il comandante romano dovette far intervenire la truppa per strappare Paolo dal tumulto e metterlo al sicuro nella fortezza. Da uno sguardo umano, Paolo ha tutto per sentirsi distrutto: è contestato dai suoi, protetto da pagani e rinchiuso tra quattro mura.
Ma è allora che si produce l'evento centrale della sua notte: «il Signore si fermò accanto a lui e disse: Coraggio! Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma». Il Signore non cambia magicamente le circostanze difficili della nostra esistenza, non elimina la prigione né i complotti, ma Egli cambia il nostro posizionamento interiore venendo a stare proprio accanto a noi nella penombra. È l'esperienza profonda che vediamo nel Salmo di oggi, dove il salmista esclama che «anche di notte il suo cuore lo istruisce» perché tiene il Signore davanti a sé senza sosta.
Quando attraversiamo momenti di grande frastuono nella nostra vita — che si tratti di un conflitto familiare, di una tensione professionale o di una tempesta interiore in cui tutte le nostre certezze sembrano dividersi —, la tentazione è quella di focalizzare tutta la nostra attenzione sulla violenza del tumulto. Ci esauriamo ad analizzare i colpi, a preparare le nostre difese, a cercare vie d'uscita umane. Ma il testo degli Atti ci ricorda che la nostra forza non dipende dall'appaciamento immediato del conflitto esteriore, dipende dalla nostra capacità di fare silenzio per percepire la presenza di Colui che sta alla nostra destra. E accade che Cristo non prometta a Paolo una vita tranquilla, ma gli apra un orizzonte più grande: Roma. La consolazione di Dio non ci rinchiude in un comfort sterile, ci rimette in piedi e ci ridona una missione nel cuore stesso della nostra fragilità.
Secondo Ponto: Una preghiera che porta il nostro nome da sempre
Questo cammino misterioso di cui Paolo fa esperienza nella sua cella trova la sua spiegazione più luminosa nel Vangelo, dove continuiamo ad ascoltare la preghiera di Gesù la sera dell'Ultima Cena. Il dettaglio da precisare è che in questo preciso istante il testo opera un ampliamento straordinario; Gesù prega dicendo: «Padre santo, non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola». Prima ancora che venissimo al mondo, prima ancora che le nostre labbra imparassero a balbettare una preghiera, le nostre esistenze e i nostri volti erano già presenti nello sguardo di Cristo al momento di camminare verso la Croce.
Questa rivelazione viene a eliminare il sentimento di isolamento che così spesso ci abita. A volte leggiamo il Vangelo come una bella storia del passato, provando una punta di invidia per i discepoli che hanno potuto camminare sulle strade della Galilea accanto a Gesù. Nel Vangelo di oggi, Cristo viene a correggere questo malinteso spirituale, ci dice che siamo pienamente inclusi nella sua intimità con il Padre. Questa preghiera di Gesù attraversa le generazioni, le culture e i secoli arrivando fino al nostro presente. Ecco perché la nostra fede non è il frutto di uno sforzo intellettuale isolato o di un caso della storia per il fatto di essere nati in un contesto cristiano, ma è la risposta umana a un'intercessione divina che ci ha preceduto e che continua a sostenerci.
Quando ci sentiamo stanchi di dover portare da soli il peso delle nostre responsabilità, o quando proviamo l'impressione che la nostra fede sia troppo tiepida, troppo fragile per resistere, ricordiamoci di questa pagina del Vangelo: la nostra perseveranza non riposa sulla qualità del nostro fervore mutevole, è ancorata nella volontà di Gesù. Egli ha pregato perché tenessimo duro, perché facessimo l'esperienza piena della gioia che viene da Lui. Cristo intercede per noi oggi con la stessa forza della sera del Giovedì Santo: sapere di essere l'oggetto di una tale attenzione da parte del Figlio di Dio cambia radicalmente il nostro modo di affrontare il quotidiano. Non siamo orfani che lottano per sopravvivere, siamo figli sostenuti dalla preghiera del nostro fratello maggiore.
Terzo Ponto: L'unità come effusione dell'amore trinitario
Qual è la domanda centrale che Gesù rivolge al Padre per noi che crediamo nella sua parola? «Perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi, perché il mondo creda». L'unità alla quale Cristo ci chiama non è un consenso sociale, un'uniformità di facciata o uno sforzo di tolleranza umana, no! Ma è la nostra umanità nel seno della relazione Trinitaria. Che cosa significa? Significa che non si tratta di fabbricare un'intesa perfetta con le nostre sole forze giuridiche o morali, ma di lasciare che la corrente dell'amore divino circoli attraverso le nostre relazioni ferite.
Gesù aggiunge che ci ha dato la gloria che il Padre ha dato a lui. Abbiamo visto martedì che la gloria, nel Vangelo, è la manifestazione dell'amore che si dona senza trattenere nulla: è l'amore della Croce. Ricevere questa gloria significa ricevere la capacità di amare come Dio ama, in modo disinteressato, vulnerabile e fedele. Lo scopo ultimo della vita cristiana non è raggiungere una perfezione astratta, ma permettere all'amore di cui il Padre ama il Filio di abitare il nostro cuore e di manifestarlo nelle nostre relazioni quotidiane. È questa qualità d'amore, questo modo di perdonarsi, di sostenersi e di rispettarsi in mezzo alle nostre differenze che costituisce l'unica vera testimonianza capace di rendere Dio credibile agli occhi del mondo.
Il mondo non crede quando gli facciamo grandi discorsi morali o filosofici. Il mondo comincia a credere quando constata che esistono su questa terra uomini e donne che non vivono secondo la logica della rivalità, del possesso o della divisione, ma che manifestano un'unità soprannaturale, la vera risposta di cui ogni cuore umano ha sete. Questa unità è il segno visibile che Cristo è vivo e che agisce dentro di noi. Chiedendo che siamo perfettamente uno, Gesù ci invita a uscire dalla trappola dell'individualismo religioso, molto diffuso ai nostri giorni: non ci si salva da soli. La nostra comunione con el Padre è intrinsecamente legata alla nostra capacità di fare spazio ai nostri fratelli, di accoglierli con la stessa pazienza che Dio dimostra nei nostri confronti.
Conclusione e applicazione per la nostra giornata
La Liturgia di questo giovedì ci chiama a passare dall'agitazione esteriore alla pace dell'abbandono filiale, verificando la solidità dei nostri appoggi. La liturgia di oggi ci invita a:
Ascoltare la voce del silenzio nella nostra notte: Se attraversate una situazione conflittuale, un frastuono di rimproveri, di incomprensioni o di dubbi, rifiutate di lasciarvi assorbire dal rumore. Fin da ora, in mezzo alle vostre attività, fate una pausa interiore e lasciate che il Signore si avvicini per dirvi: Coraggio! Non cercate di risolvere il conflitto con la forza, cercate prima di riposizionarvi sotto lo sguardo di Cristo.
Prendere coscienza del nostro posto nella preghiera di Gesù: Quando la solitudine o il sentimento di inutilità cercano di infiltrarsi nei vostri pensieri, ripetetevi questa verità liberatrice: «Gesù ha pregato per me nel Cenacolo; il mio nome è iscritto nella Sua memoria eterna». Lasciate che questa certezza guarisca le vostre ferite di abbandono e vi ridoni la dignità di un figlio di Dio.
Diventare artigiani di unità gratuita: Il mondo si divide per parole, per opinioni, per interessi. Oggi, scegliete deliberatamente di compiere un atto di comunione: rinunciate ad avere l'ultima parola in una discussione sterile; offrite una parola di distensione là dove c'è tensione; o fate un piccolo passo verso una persona con cui il legame si è allentato. Lasciate che l'amore del Padre circoli attraverso le vostre mani perché il mondo veda una scintilla della sua gloria.
Preghiera
Signore Gesù, Ti rendo grazie per la bellezza vertiginosa della Tua preghiera sacerdotale. Grazie per aver alzato gli occhi al cielo la sera della Cena pensando a me, pronunciando il mio nome davanti al Padre prima ancora che io esistessi nel tempo. Ti affido i miei momenti di solitudine, i miei dubbi e questa impressione tenace di dover condurre i miei combattimenti quotidiani da solo.
Perdona i miei mormorii in mezzo al frastuono del mondo e la mia abitudine di guardare alle mie difficoltà piuttosto che fissare i miei occhi sulla Tua presenza alla mia destra. Vieni a visitarmi nelle mie prigioni interiori, nelle mie notti di scoraggiamento, e sussurra alla mia anima quel coraggio che rimette in piedi e che ridona un orizzonte.
Spirito Santo, divino Difensore, fa' di me uno strumento di questa unità perfetta per la quale Gesù ha pregato. Purifica le mie relazioni da ogni spirito di rivalità, di possesso o di giudizio. Rendimi capace di donare la gloria che ho ricevuto, amando i miei fratelli con la stessa gratuità e la stessa pazienza che il Padre ha verso di me. Che la Tua presenza in me sia così reale oggi che coloro che mi incontrano possano pressentire che non sono un orfano, ma un figlio amato e atteso nella Tua dimora di delizie. Amen.
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