Sabato della Settima Semana del Tempo Pasquale [Italiano]
| San Giovanni e San Pietro che correvano al sepolcro di Eugenio Burnand (1898) |
Guarire dal paragone per entrare nella propria storia
Letture della Messa: At 28, 16-20.30-31 ; Salmo 10/11 ; Gv 21, 20-25
Eccoci arrivati all'ultimissimo giorno del tempo pasquale, alla vigilia della Pentecoste. Domenica scorsa eravamo nel Cenacolo, appesi alle labbra di Jesus che alzava gli occhi al cielo per affidarci al Padre. Il cuore del suo messaggio era una promessa di protezione e di appartenenza: non siamo orfani perduti nel cosmo, i nostri nomi sono scritti nel cielo e siamo custodi nel Nome santissimo di Dio. Per tutta questa settimana, la liturgia ci ha mostrato come questa custodia divina si dispieghi attraverso le lacrime delle separazioni, le catene delle prigioni e le ferite delle nostre storie personali. Oggi, gli Atti degli Apostoli e il Vangelo di Giovanni si chiudono insieme: è l'ora dei bilanci. E il Signore sceglie proprio questo momento preciso per estirpare dal nostro cuore un veleno sottile che distrugge la nostra pace interiore: lo sguardo obliquo, il paragone, questa mania umana di misurare la nostra esistenza su quella degli altri.
Primo Ponto: La fecondità nascosta delle situazioni confinate
Il libro degli Atti degli Apostoli si conclude in modo sorprendente. Infatti, durante questo tempo pasquale, abbiamo seguito Paolo attraverso le tempeste, i naufragi e i tribunali, e ci sarebbe piaciuto vederlo entrare a Roma da vincitore, predicando nelle piazze pubbliche. Invece, il testo ci dice che è rinchiuso, con l'autorizzazione di abitare in città, ma sotto la costante sorveglianza di un soldato. Porta le catene, eppure, invece di lamentarsi della sua sorte o di invidiare la libertà degli altri apostoli che percorrono il mondo, Paolo compie una scelta esistenziale: affitta un alloggio, vi rimane per due anni interi e accoglie tutti coloro che vanno da lui. Il testo insiste: annunciava il regno di Dio con piena franchezza e senza ostacoli.
È un'intuizione spirituale immensa: la peggiore delle prigioni non è mai quella delle mura esterne o dei vincoli della nostra vita, ma quella di un cuore ripiegato su se stesso che rifiuta di amare là dove si trova. Paolo non può muoversi, la sua libertà è confinata, ma il suo cuore è immenso; fa della sua costrizione il luogo stesso della sua missione. Spesso pensiamo che per essere felici o per servire Dio sia necessario che le nostre circostanze cambino. Ci diciamo: se avessi una salute migliore, se avessi un altro lavoro, se la mia situazione familiare fosse diversa, allora potrei finalmente realizzarmi. È un'illusione dello spirito: il Vangelo non dipende dal nostro comfort! È precisamente nel cuore dei nostri limiti, dei nostri obblighi inevitabili, delle nostre giornate a volte strette, che Cristo vuole manifestare la Sua potenza. Quando si accetta la propria realtà come il suolo dove Dio ci attende, la catena non diventa più un ostacolo, ma il canale di una grazia inaspettata.
Secondo Ponto: Il "Che t'importa?" che ci rende liberi
Questo atteggiamento di Paolo si illumina direttamente quando leggiamo il vangelo di oggi. Siamo alla fine del Vangelo di Giovanni; Gesù ha appena perdonato a Pietro i suoi tre rinnegamenti e gli ha ripetuto: «Seguimi». Pietro è riabilitato, ha ricevuto la sua chiamata unica, sa che dovrà dare la vita per il Maestro. Ma ha appena ripreso a camminare che si volta e vede camminare dietro di loro Giovanni, il discepolo amato, colui che si era chinato sul petto di Gesù durante la Cena. Pietro non può farne a meno e chiede: «Signore, e lui? Che cosa ne sarà di lui?» È il riflesso tipico del paragone, un vizio che tutti noi abbiamo. Non appena il Signore ci chiede un atto di fede, una rinuncia o di portare una croce, avvertiamo il bisogno di guardare la vita del vicino per verificare se la sua non sia più dolce.
La risposta di Gesù è un pugno di tenerezza che viene a liberarci dalle nostre nevrosi: «Se voglio che rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi». Cristo, infatti, rifiuta di entrare nei nostri calcoli comparativi; dice a Pietro: la storia di Giovanni non ti riguarda, riguarda me. Tu, smetti di vivere per procura, smetti di voler valutare il tuo cammino alla luce del suo. La fede cristiana non è una produzione industriale dove tutti devono vivere la stessa esperienza: lo Spirito Santo, infatti, è un artigiano che fa su misura. Ci sono vite che sono fatte per l'alto mare e il martirio pubblico, come quella di Pietro; ci sono vite che sono fatte per rimanere nel segreto, nella fedeltà silenziosa e nella lunga attesa, come quella di Giovanni: l'una non è migliore dell'altra; la sola cosa che conta è essere all'appuntamento con la propria storia. Quando si guarisce dalla gelosia spirituale, si scopre finalmente la gioia di essere se stessi sotto lo sguardo del Padre.
Terzo Ponto: Il Vangelo continua a scriversi nelle nostre vite
Il punto finale del Vangelo di Giovanni si apre su un infinito: «Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere». Questa frase non è un'esagerazione poetica ma una realtà teologica concreta. Significa che l'azione di Gesù non si è fermata il giorno in carestia gli apostoli sono morti e il Nuovo Testamento è stato chiuso. Il Cristo risorto continua ad agire attraverso i secoli, e il libro delle sue meraviglie si scrive ogni giorno nelle pagine anonime delle nostre esistenze ordinarie.
Il mondo non basta a contenere l'amore di Dio perché questo amore si moltiplica ogni volta che un essere umano compie un atto di fede invisibile. Quando troviamo la forza di perdonare nel segreto della nostra casa, quando offriamo una giornata di lavoro faticosa con amore, quando restiamo fedeli in mezzo alla secchezza spirituale, stiamo scrivendo una riga di questo libro infinito. Paolo ha testimoniato dal suo piccolo appartamento a Roma, Giovanni ha testimoniato con i suoi scritti nella sua vecchiaia a Efeso. I loro stili erano opposti, i loro destini non avevano nulla in comune, ma la loro testimonianza era vera perché hanno lasciato che Cristo vivesse in loro. Non cerchiamo di compiere imprese straordinarie che appartengono alla storia di un altro: lasciamo semplicemente che la verità di Gesù riempia la nostra realtà presente. È in questo modo che onoriamo la preghiera della domenica scorsa: mostrando al mondo che siamo abitati dal Nome del Padre, là dove siamo piantati.
Conclusione e applicazione per la nostra giornata
La Liturgia di questo sabato ci invita a chiudere il tempo pasquale facendo l'inventario dei nostri sguardi e ancorandoci nella nostra missione unica.
Identificare la trappola del nostro sguardo obliquo: Oggi, osservate quei momenti in cui cominciate a paragonarvi agli altri, che sia sui social network, nella vostra famiglia o al lavoro. Non appena sentite salire un sentimento di frustrazione, di ingiustizia o di invidia, ascoltate Gesù dirvi personalmente: A te che importa? Tu seguimi. Lasciate che questa parola vinca i vostri giudizi e vi riporti alla bellezza della vostra chiamata.
Evangelizzare il nostro alloggio: Come Paolo a Roma, guardate ciò che costituisce oggi il vostro spazio di costrizione — una situazione di stanchezza, una giornata confinata a casa o in ufficio, compiti routinari… Non perdete la vostra energia a sognare una libertà ideale. Accogliete ogni persona, ogni telefonata, ogni obbligo con piena franchezza: fate della vostra realtà presente il luogo in cui il Regno di Dio è annunciato senza ostacoli.
Accettare lo stile della nostra vocazione: Non forzate la vostra natura per assomigliare a un modello di santità che non vi corrisponde. Se siete fatti per l'azione come Pietro, agite con umiltà. Se siete fatti per l'ascolto e l'ombra come Giovanni, rimanetevi con gioia: è la vostra autenticità che renderà la vostra testimonianza vera e credibile per gli uomini del nostro tempo.
Preghiera
Signore Gesù, Ti rendo grazie per il dono della Tua Parola che viene a liberarmi questa mattina dalla tirannia del paragone. Grazie per avermi ricordato che Tu non mi hai creato perché io passi la mia vita a guardare la traiettoria degli altri, ma perché io scriva con Te una storia unica.
Guarisci il mio sguardo obliquo, Signore. Liberami da questa insoddisfazione cronica che mi fa invidiare la pace, i talenti o il cammino dei miei fratelli. Quando il dubbio mi assale, sussurra alla mia anima il Tuo dolce rimprovero: A te che importa? Tu seguimi.
Perdona le mie rivolte di fronte ai miei limiti e alle mie catene quotidiane. Dammi il coraggio di san Paolo per saper abitare il mio presente con franchezza, anche quando mi sento confinato o impotente. Ti affido il mio alloggio, il mio lavoro, i miei incontri di questo giorno: fa' delle mie costrizioni uno spazio di accoglienza per la Tua grazia.
Spirito Santo, divino Difensore, vieni a infiammarmi alla soglia della Pentecoste. Fa' della mia esistenza ordinaria una pagina viva del Vangelo che il mondo non può contenere. Insegnami a riposare sul petto di Gesù come Giovanni, al fine di attingere la forza di rimanere fedele fino in fondo, senza altra ambizione se non quella di fare la volontà del Padre. Amen.
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