Settima Domenica di Pasqua [Italiano]

La Maestà La Passione: Gesù si congeda dagli Apostoli - Dipinto di Duccio di Buoninsegna

L'Ora del Dono: entrare nell'intimità del Padre

Letture della Messa: At 1, 12-14; Salmo 26/27; 1 Pt 4, 13-16; Gv 17, 1b-11a

Ci troviamo in un momento molto particolare dell'anno liturgico, una sorta di "terra di mezzo": Gesù è salito al cielo, portando la nostra umanità nella gloria del Padre, e lo Spirito Santo non è ancora discesso con il fragore e il fuoco della Pentecoste. È il tempo della pazienza, il tempo del Cenacolo.

La prima lettura ci mostra gli Apostoli che ritornano a Gerusalemme. È un tragitto molto breve, un cammino di sabato, ma è il cammino più profondo che debbano fare: quello che conduce dallo stupore esteriore all'interiorità della stanza al piano superiore. Sono tutti lì, nominati uno per uno, con Maria. Non fanno nulla, aspettano; o meglio, fanno l'unica cosa che permette a Dio di agire: sono assidui nella preghiera; creano un vuoto affinché Dio possa riempirlo.

È in questo clima di attesa che il Vangelo di Giovanni ci fa ascoltare la preghiera sacerdotale di Gesù, che è il testamento del Signore: prima di passare da questo mondo al Padre, Gesù ci consegna il suo cuore. Non ci dà direttive amministrative, ci dona la sua relazione con il Padre, rivelandoci che è lì che si gioca la nostra vera identità. Questa domenica ci invita a comprendere che la nostra vita non è un vagabondare solitario, ma è avvolta, sostenuta e salvata da una preghiera pronunciata ancora prima che noi esistessimo.

Primo Punto: Il cammino del ritorno e la stanza al piano superiore

La prima lettura ci dice che gli Apostoli ritornano dal monte degli Ulivi, hanno appena visto Gesù elevarsi. E il testo ci offre un dettaglio magnifico: ritornano nella stanza al piano superiore "dove abitualmente soggiornavano". Non è un luogo estraneo, è il luogo dell'intimità, dove hanno condiviso la Cena, dove hanno ascoltato gli ultimi segreti di Gesù. Il passaggio tra l'Ascensione e la Pentecoste ci insegna una cosa essenziale: per ricevere lo Spirito di Dio, bisogna saper tornare a casa, rientrare nella propria interiorità.

La preghiera di cui parla il libro degli Atti va ben oltre la recita di formule, il testo ci dice: "Tutti, con un solo cuore, erano assidui nella preghiera". Ciò che unisce, dunque, questi uomini e queste donne è che hanno tutti la stessa mancanza; attendono la promessa. Spesso, nelle nostre vite, sfuggiamo il vuoto, riempiamo le nostre giornate di rumori, attività, divertimenti per non sentire l'assenza. Ma gli Apostoli ci mostrano che l'assenza di Gesù nella sua forma carnale è la culla della sua presenza nello Spirito. Maria è lì, lei che è l'esperta dell'ascolto e del silenzio; insegna loro a trasformare l'attesa in accoglienza.

Abitare il Cammino, come meditiamo da diversi giorni, è precisamente questo: sapere tornare nella propria stanza al piano superiore quando tutto sembra essersi fermato. Abitare il Cammino significa comprendere che i momenti in cui abbiamo l'impressione che Dio non faccia nulla sono spesso i momenti in cui Egli prepara la più grande esplosione di vita. La preghiera assidua è l'arte di mantenere la porta del nostro cuore aperta, anche quando nessuno sembra bussare: ecco cosa significa vegliare in silenzio.

Secondo Punto: L'Ora della Gloria e il peso dell'Amore

Nel Vangelo di oggi, di San Giovanni, Gesù alza gli occhi al cielo e dice: "Padre, è giunta l'ora. Glorifica il tuo Figlio". Abbiamo la tendenza a vedere la gloria come luce, applausi, successo... Ma in realtà, nel linguaggio di Gesù, e particolarmente in Giovanni, la gloria è la Croce! E perché? Perché la gloria è la manifestatione di ciò che Dio è, e Dio è Amore: l'Ora di Gesù è il momento in cui l'Amore si donerà senza riserve, fino in fondo.

La gloria di Dio non è che Egli sia potente e noi schiacciati, è che Egli sia capace di perdonare, di amare fino alla morte. Nella sua preghiera, Gesù chiede di essere glorificato affinché il Padre sia glorificato. È un movimento speculare: il Figlio manifesta il Padre amando come il Padre ama. Questo gesto di Gesù è un invito per noi a cambiare la nostra definizione di successo; infatti, la nostra gloria, come cristiani, non è essere i più forti o i più numerosi, ma lasciar trasparire questo amore che si dona.

Gesù parla ancora del suo "potere sopra ogni essere di carne". Questo potere non è un dominio, ma una capacità di donare la vita. Il Cristo ha ricevuto il potere di strapparci alla fatalità della carne, cioè alla fatalità di una vita che finisce per morire, per introdurci nell'eternità. Questa gloria di cui parla è già all'opera nel Cenacolo, in quel preciso momento. Quegli uomini che hanno paura vengono avvolti dalla gloria del Figlio. Non lo sanno ancora, ma la loro fragilità sta diventando il luogo in cui Dio manifesterà il suo peso d'amore, poiché in ebraico la gloria, il Kabod, significa il "peso", ciò che esprime il valore. L'amore di Dio ha peso, dà una consistenza alle nostre vite che, senza di Lui, sarebbero come vapore, come nebbia.

Terzo Punto: La vita eterna come conoscenza intima

Ancora nel Vangelo, Gesù ci dà una definizione rivoluzionaria della vita eterna: "Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato". Spesso si pensa che la vita eterna sia una ricompensa che inizia dopo la morte, una specie di tempo infinito. Ma per Gesù, la vita eterna è una qualità di relazione che inizia qui e ora.

La parola "conoscere" nella Biblia non è un sapere intellettuale, non è conoscere teorie su Dio o aver letto libri di teologia, no! Conoscere è soprattutto amare, è l'esperienza dell'intimità. Quindi Gesù ci dice che la vita eterna è avere una relazione con il Padre attraverso il Figlio; e allora, se cominci ad amare, se cominci a fidarti di Dio como di un Padre, sei già entrato nella vita eterna. E, in questo caso, la morte non potrà togliere nulla a questo, non farà che squarciare il velo.

Ecco perché questo testo, questa preghiera di Gesù, questo suo testamento è così importante: Gesù vuole introdurci in questa conoscenza. Vuole, infatti, che sappiamo che non siamo prodotti del caso, ma esseri desiderati dal Padre. E la fede è questo riconoscimento, l'accorgersi che tutto ciò che abbiamo — il nostro respiro, le nostre capacità, i nostri amori e soprattutto la salvezza — è un dono che viene da un'unica fonte: "Hanno riconosciuto che tutte le cose che mi hai dato vengono da te". La vita eterna è vivere nella gratitudine di questa fonte, e smettere di voler fabbricare se stessi per piacere a Dio, che ci ha già donato tutto per sua grazia.

Quarto Punto: Noi siamo il regalo del Padre al Figlio

C'è una frase in questo Vangelo molto forte che deve riempirci di gioia: "Erano tuoi e li hai dati a me"; Gesù dice au Padre che noi siamo un regalo. Riflettiamo su questo per un istante. In mezzo ai nostri complessi, ai nostri sentimenti di colpa, alle nostre fatiche, Gesù ci guarda e dice al Padre: "Grazie per questo regalo che mi hai fatto".

Apparteniamo al Padre, ed Egli ci ha affidati al Figlio; siamo il tesouro che Gesù porta con sé nella sua preghiera: "Io prego per loro". Gesù, dunque, non prega per un'astrazione, prega per volti concreti, per i nomi che erano nella stanza al piano superiore e per i nostri nomi oggi: la sua preghiera è un baluardo! Se sapessimo che il Signore sta intercedendo per noi in ogni istante davanti al Padre, di cosa avremmo paura? Come dice il salmo: "Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore?".

Questa appartenenza è ciò che ci rende liberi. "Tutte le cose mie sono tue, e le cose tue sono mie". Gesù ci fa entrare in questa circolazione di beni. Nulla di ciò che ci accade è estraneo a Dio: le nostre gioie sono sue, le nostre sofferenze sono sue. È per questo che san Pietro ci dice nella seconda lettura di non vergognarci di soffrire come cristiani: se soffriamo per Cristo, è perché comunichiamo alla sua gloria, "perché lo Spirito della gloria, lo Spirito di Dio, riposa su di voi" (cfr. Seconda lettura). Non siamo vittime del destino, siamo membri di una famiglia divina in pellegrinaggio nel mondo.

Quinto Punto: Nel mondo senza essere del mondo

Infine, Gesù termina questo brano dicendo: "Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te", il che esprime bene la nostra condizione di cristiani. Infatti, siamo "nel" mondo, vale a dire che condividiamo le bollette da pagare, le malattie, les tensioni sociali, le sfide del lavoro... Non abbiamo passaporti speciali per evitare le difficoltà dell'esistenza umana.

Ma, sebbene siamo nel mondo, non siamo "del" mondo. La nostra fonte di nutrimento non è la logica del mondo. La logica del mondo è la sopravvivenza del più forte, la paura della mancanza, la ricerca del potere, mentre la logica di coloro che sono nella stanza al piano superiore è la fiducia, la preghiera e l'amore reciproco. Gesù parte verso il Padre per aprirci la strada, ma ci lascia qui come ambasciatori.

Essere cristiani, allora, significa essere un ponte. Significa essere colui che, pur avendo i piedi nel fango della storia, mantiene gli occhi alzati verso il Padre perché sa di essere amato. Gesù, in questo testamento, prega perché rimaniamo uniti, perché custodiamo la sua Parola. La sua preghiera è la forza che ci permette di non dissolverci nel mondo. Dobbiamo essere consapevoli che siamo nel mondo per trasformarlo, e non per evitarlo, e ancor meno perché esso ci trasformi. E il cristiano trasforma questo mondo non con i suoi discorsi, ma con quella "gloria" di cui parla Gesù, cioè lasciando che l'amore del Padre brilli attraverso le nostre fragilità.


Conclusione e applicazione per la nostra giornata

Questa settima domenica di Pasqua è un appello alla fiducia radicale. Siamo nel tempo dell'attesa, ma è un'attesa abitata dalla preghiera di Gesù per noi. Per mettere in pratica questo oggi, vi invito a:

  • Raggiungere la vostra stanza al piano superiore. Prendetevi un momento di vero silenzio. Chiudete la porta, spegnete il telefono e immaginate di essere in quel Cenacolo con Maria e gli Apostoli; non chiedete nulla, non agitatevi; accontentatevi di "rimanere" lì. Ricordatevi che Gesù sta dicendo al Padre: "Questo, questa, è il regalo che Tu mi hai fatto, e io prego per lui/lei". Lasciate che questa verità scenda nel vostro cuore finché non diventerà la vostra pace.

  • Imparate a riconoscere la Vita Eterna nelle vostre relazioni. Non vedete gli altri come concorrenti o ostacoli, ma cercate di "conoscerli" in senso biblico, con lo sguardo di Dio. Volgete uno sguardo di benedizione su coloro che incrocerete. Ricordatevi che la via eterna inizia quando si comincia ad amare. Un semplice atto di pazienza o una parola di bontà oggi è già un frammento di eternità che entra nel tempo.

  • E infine, non temete le incomprensioni. Se, como dice san Pietro, a volte vi sentite insultati o messi da parte a causa della vostra fede, non reagite con amarezza. Ricordatevi che "lo Spirito della gloria riposa su di voi"; la vostra identità non dipende dall'approvazione del mondo, ma dalla vostra appartenenza al Padre. Siate fieri di portare il nom di cristiani, perché è il nome di coloro che sono amati senza condizioni.


Preghiera

Signore Gesù, Tu che alzi gli occhi al Padre per affidarmi alla Sua tenerezza, io Ti rendo grazie. Grazie per avermi fatto uscire dall'orfanotrofio spirituale per donarmi la Tua stessa famiglia.

Spirito Santo, vieni ad abitare la mia stanza al piano superiore. Nei miei momenti di attesa, di vuoto o di incertezza, insegnami a non fuggire, ma a restare assiduo nella preghiera. Insegnami questo "solo cuore" con i miei fratelli e sorelle. Aiutami a conoscere il Padre, non come un'idea, ma come Colui che mi dà la vita, il movimento e l'essere.

Padre, io sono Tuo. Grazie per avermi donato a Tuo Figlio. Custodiscimi nel Tuo nome in mezzo a questo mondo. Che io non sia spaventato dalle prove, ma che sappia vedervi il cammino della Tua gloria. Fa' di me un testimone della Tua vita eterna qui e ora, affinché la Tua pace risplenda su tutti coloro che incontrerò. Amen.

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