Venerdì della Sesta Settimana del Tempo Pasquale [Italiano]

 

Cristo che consola i suoi discepoli (XIX secolo), di Carl Heinrich Bloch

Il parto della gioia: quando il dolore diventa passaggio

Letture della Messa: At 18, 9-18; Salmo 46/47; Gv 16, 20-23a

Avanziamo in questi giorni che seguono la celebrazione dell’Ascensione del Signore. Infatti, ieri abbiamo contemplato il Cristo che sale nella gloria, non per lasciarci, ma per inaugurare una presenza nuova, più interiore, più totale. Egli ci ha promesso di essere con noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Eppure, l’esperienza umana di questa presenza passa spesso attraverso il vuoto dell’assenza e il peso della prova. Ma sappiamo bene che seguire il Cammino non significa evitare le lacrime, significa imparare a lasciarle scorrere nella certezza che esse preparano un sorriso eterno. Ecco dove i testi di oggi ci pongono precisamente: lì dove la paura incontra la promessa, dove il dolore diventa il luogo di una nascita.

Primo Punto: La paura di Paolo e il segreto della città

Nella prima lettura, ritroviamo san Paolo a Corinto. Corinto era una città difficile, un crocevia di tutti i vizi, una città rumorosa e spesso ostile alla novità del Vangelo. E lì, troviamo un Paolo vulnerabile, forse anche stanco... Infatti, se il Signore gli dice in una visione: «Non aver paura: parla, non tacere», è perché Paolo aveva paura. Personalmente trovo sempre confortante vedere che anche il grande apostolo ha conosciuto quei momenti in cui si ha voglia di tacere, di farsi discreti, di proteggersi perché ci si sente in minoranza e minacciati.

Ma il Signore gli dà una ragione, una motivazione per restare che è sconvolgente: «In questa città io ho un popolo numeroso». Guardiamo bene cosa accade qui: Paolo vede degli avversari, gente che lo schernisce, tribunali; ma Dio, Lui, vede già il Suo popolo. Là dove noi vediamo un deserto spirituale o un’ostilità generalizzata, Dio vede cuori che attendono, seti che chiedono solo di essere estinte. Abitare il Cammino è imparare a guardare la realtà con gli occhi di Cristo.

L’evento dell’Ascensione ha posto Gesù al di sopra di tutto, ma questo significa soprattutto che Egli è ormai presente nel cuore di ogni città, di ogni ufficio, di ogni famiglia, anche dove non Lo si aspetta. La protezione che Dio offre a Paolo non è una bolla magica che evita i colpi, ma è la certezza che l’opera di Dio non si fermerà. Paolo rimane un anno e mezzo perché confida nella presenza invisibile di Cristo più che nella minaccia visibile degli uomini. Questa testimonianza ci ricorda che il nostro coraggio non viene dai nostri muscoli, ma dalla consapevolezza che non siamo mai i primi ad arrivare su un luogo di missione: il Signore è già lì.

Secondo Punto: La metafora del parto o il senso del dolore

Nel Vangelo, Gesù usa un’immagine molto potente che funge da chiave di lettura fondamentale per le nostre esistenze; infatti, ci parla della tristezza e della gioia attraverso l’immagine più viscerale e bella che esista: quella di una donna che partorisce. Gesù ci risveglia al fatto che una donna che dà alla luce non soffre perché è malata, non soffre perché è punita o perché la vita è assurda, no! Soffre perché una vita nuova si sta aprendo un cammino! Il suo dolore non è un segno di morte, ma un segno di parto.

Gesù ci dice: «Voi piangerete e gemerete, mentre il mondo si rallegrerà»; ed ecco il grande paradosso cristiano. Spesso ci sentiamo fuori fase perché, in effetti, il mondo sembra rallegrarsi di cose superficiali, di successi effimeri o, peggio, del silenzio di Dio. E noi a volte portiamo la pena dei nostri limiti, dei nostri lutti, delle nostre incomprensioni… Ma Gesù ci avverte: questo dolore non è l’ultima parola, ne è il "travaglio" del parto.

Il Cristo, con la Sua morte e risurrezione, ha trasformato la sofferenza umana: essa non è più un vicolo cieco, è un passaggio – da cui deriva la parola Pasqua. Se oggi siamo nel dolore, se portiamo croci che ci sembrano pesanti, non guardiamole come fatalità, ma guardiamole come il dolore della donna che partorisce. È il segno che qualcosa sta nascendo in noi: l’uomo nuovo sta sorgendo attraverso le nostre rinunce e le nostre lacrime. La gioia cristiana non è l’evitamento del dolore, ma la scoperta di un senso che lo trascende.

Terzo Punto: Una gioia che nessuno può togliere

La promessa finale di Gesù è quella che deve sostenere la nostra speranza ogni mattina: «La vostra gioia nessuno ve la potrà togliere». Perché questa gioia è così solida e invulnerabile? Perché non dipende dalle circostanze esterne: la gioia del mondo dipende dal meteo, dalla salute, dal conto in banca o dall'opinione degli altri… insomma, la gioia del mondo è di superficie, quella che evapora alla minima crisi.

Invece, la gioia che Gesù dona è una gioia di fondo, è la gioia della presenza: «Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà». Questa promessa di rivedersi si compie già nel dono dello Spirito Santo; infatti, dall’Ascensione, Gesù non ci guarda più dall’alto, ci guarda dall’interno. La gioia cristiana è la certezza di essere amati in modo irreversibile. È sapere che, qualunque cosa accada, il legame è riallacciato, la morte è vinta e il Padre ci aspetta.

È questa gioia che abitava Paolo a Corinto; è quella che permetteva ai martiri di cantare sotto i colpi. Non è una gioia nervosa o artificiale, è la pace profonda di chi ha trovato la sua dimora. E Gesù continua dicendo: «In quel giorno non mi domanderete più nulla». Perché non porremo più domande? Semplicemente perché l’amore è la sua stessa risposta. Quando si è tra le braccia di chi si ama, non si ha più bisogno di spiegazioni sul perché e sul come della vita: la presenza basta.


Conclusione e applicazione per la nostra giornata

La Parola di questo venerdì ci invita a una vera conversione della nostra tristezza. La liturgia di oggi ci ricorda che non siamo vittime del destino, siamo testimoni di una nascita. Per mettere in pratica questo oggi, vi propongo due cammini:

  1. Il primo è guardare le vostre paure con lo sguardo di Dio. Se vi sentite bloccati in una situazione, se avete paura di testimoniare o di fare una scelta giusta, sentite il Signore dirvi: «Non temere, perché io ho un popolo numeroso in questo luogo». Credete che Dio ha già preparato il terreno dove state andando.

  2. Il secondo cammino è non sprecare le vostre pene. Se siete colpiti da una sofferenza o una tristezza vi visita, non lasciate che vi chiuda in voi stessi, offritela come un lavoro di parto. Dite al Signore: «Signore, non capisco questo dolore, ma Te lo affido affinché faccia nascere in me più pazienza, più amore o più fiducia». Ricordate che la vostra gioia è sigillata nel cuore del Risorto.


Preghiera

Signore Gesù, Ti affido oggi le zone d'ombra e di paura del mio cuore. Grazie per dirmi, come a Paolo nella notte: «Non aver paura». Perdonami quando resto prostrato nelle mie tristezze, dimenticando che Tu sei l'Emmanuele, il Dio con noi.

Spirito Santo, vieni a trasformare le mie pene in dolori di parto. Aiutami a non lasciarmi scandalizzare dalle prove, ma a vedervi il passaggio verso una vita più profonda. Fai crescere in me questa gioia che nessuno può togliere, questa certezza di essere amato che supera ogni sentimento.

Padre, Ti rendo grazie per il dono di Tuo Figlio. Mantieni il mio cuore rivolto a Lui affinché, nei momenti di dubbio, io mi ricordi che Tu sei il Re di tutta la terra e che la Tua vittoria è già la mia dimora. Che la mia vita sia oggi un riflesso di questa gioia serena che attrae coloro che ancora Ti cercano senza saperlo. Amen.

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